La mostra Muri Contro s’inserisce nel programma d’impegno politico e sociale della Galleria San Fedele teso a promuovere un dibattito su alcuni problemi centrali della società contemporanea. 
Con la caduta del muro di Berlino si era sperato che altri muri sarebbero caduti. Al contrario, oggi più che mai, si continuano a costruire nuove barriere tra popoli, comunità, religioni, come se il muro fosse divenuto l’unico strumento per evitare i conflitti e isolare i “diversi”.
La mostra è nata attorno al corso fotografico tenutosi a San Vittore da Gigliola Foschi, storico e critico della fotografia, e da Andrea dall’Asta S.I. Ai detenuti è stato chiesto di riflettere, a partire dal proprio vissuto, sul modo con cui vivono l’esperienza del muro, vale a dire della separazione, dell’emarginazione, dell’essere messi da parte. Esperienza certamente drammatica e sofferta, come ricorreva dai racconti dei corsisti. E non potrebbe essere diversamente, se la vita del “recluso” è contrassegnata dalla monolitica presenza di muri massicci, inquietanti, come quelli della Casa Circondariale di Milano San Vittore. Muri che racchiudono spazi stretti, esigui, soffocanti, in cui ci si muove con difficoltà, in cui anche il minimo spazio vitale viene drammaticamente meno. Esperienza anche difficile da rappresentare attraverso l’apparecchio fotografico: quando si scattano fotografie all’interno di un carcere, si scopre immediatamente come le limitazioni siano innumerevoli.
Non sorprende che nelle fotografie di Mario Maccione, poi rielaborate con photoshop da Marco Caboni, il muro sia stato rappresentato come nemico da abbattere, come ostacolo da distruggere. In una rielaborazione di un’immagine di Alessandro Vicario - un tratto del muro del CPT di via Corelli a Milano, dove vengono rinchiusi i cosiddetti clandestini prima del rimpatrio forzato - un detenuto è intento ad aprirsi faticosamente una breccia. Impresa impossibile, in quanto più cerca di affondare il piccone contro il muro, più una distesa d’acqua, di cui ignoriamo l’origine, sale misteriosamente fino all’altezza del torace del detenuto, la cui immagine sembra progressivamente dissolversi, polverizzarsi, svanire. La successione delle immagini appare in tutta la sua inquietudine. Il gesto di distruggere il muro diventa l’esperienza dell’impotenza di poterlo sfondare. Frustrazione del proprio desiderio.
In The Hole, sempre di Marco Caboni, appare invece un muro squarciato al centro da una luce sulla quale si staglia in modo indefinito la sagoma di una figura umana. Luce misteriosa e inquietante. Quasi fosse la luce che ci attende al momento della morte. Ci dirigiamo verso questa luce, esitanti, come se ci dissolvessimo in essa.
I corsisti hanno poi cercato di rappresentare insieme – un aspetto molto bello del corso è stato il desiderio di creare qualcosa in modo corale - alcuni momenti della loro vita quotidiana legata all’esperienza del muro, fotografando alcuni particolari del reparto del carcere in grado di raccontare il loro tentativo di umanizzare muri così oppressivi.
Maurizio Franzoso ha così raccontato La difficile arte del muoversi: ogni barriera di un carcere diventa infatti un luogo di ancora maggiore disagio, se siamo costretti a muoverci con una carrozzella. Porte troppo strette, gradini, spazi troppo esigui. Tutto diventa terribilmente complicato e difficile!
Significativa appare ancora l’immagine di un calcio balilla appoggiato al muro di un corridoio. Sul muro due spioncini da cui gli agenti possono “osservare” i detenuti all’interno delle loro celle. Emerge immediata l’analogia tra i detenuti e i giocatori. Anche questi ultimi vivono infatti come in una prigione. I loro movimenti sono obbligati, costretti. Si devono muovere insieme, secondo file prestabilite, facendo gli stessi movimenti, come antichi prigionieri.
Infine due volti di profilo, l’uno di spalle rispetto all’altro. L’esperienza del muro si fa incapacità di comunicare, di potersi guardare. Si tratta di quel muro invisibile che ci rende Di-stanti, come dice il titolo dell’immagine di Mario Maccione e di Filippo Bono. Ogni uomo è chiamato ad attraversare questa distanza, perché muri di separazione possano essere sfondati, affinché spazi divisi e contrapposti possano trasformarsi in luoghi di riconciliazione e di pace.
Ricordiamo i nomi di tutti gli autori presenti in mostra: Filippo Bono, Marco Caboni, Alessandro Cassigoli e Dalia Castel, Nella Magen Cassouto, Matteo Danesin, Maurizio Franzoso, Tarin Gardner, Yamilé Barcelò Hondares, Carlo Linciano, Sergio Lovati, Paula Luttringer, Mario Maccione, Marcello Mondazzi, Giorgio Palmera, Giovanni Sabatini, Ivo Saglietti, Livio Senigalliesi, Alessandro Vicario.
Andrea Dall’Asta
S.I.
Direttore Galleria San Fedele
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